Supermercati 24h a Napoli: una riflessione

Supermercati 24h a Napoli: una riflessione

di Simona Vitagliano

Nell’ultimo mese la Carrefour ha tentato un esperimento interessante: proporre a Napoli l’apertura 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 di due dei suoi supermarket più grandi ed affermati: quello di Corso Europa, che è anche “gourmet“, cioè un punto dove trovare anche articoli particolari e diversi dal solito, e quello di Via Morghen, entrambi siti nel quartiere Vomero.

L’iniziativa è stata subito accolta con successo da molti cittadini.

Giovani e meno giovani hanno letteralmente invaso le corsie di prodotti e hanno potuto godere, in questi giorni di grande caldo, della libertà di fare la spesa in orari comodi, più freschi, e soprattutto svincolati dalle normali abitudini quotidiane.

Non sempre, infatti, lavoratori d’ufficio, ma anche lavoratori autonomi, hanno tempo a sufficienza da dedicare, durante le normali ore diurne, alla spesa, per cui l’innovazione è stata un vero toccasana per lo stile di vita di molti, che nel corso dei decenni è sicuramente cambiato, regalando molte più ore della sera da riempire e vivere, rispetto ai nostri avi di non troppe generazioni fa.

Il divieto dopo le 22 della vendita di superalcolici è inoltre una misura gradita e necessaria per evitare che questo tipo di attività sia complice di eventualità spiacevoli.

In America, a dire il vero, questo tipo di realtà è tangibile da oltre 10 anni oramai, per cui non dovrebbe stupire che l’iniziativa abbia riscosso tanti consensi anche qui.

In un momento di “crisi” come questo offrire maggiore libertà ai cittadini, nuovi turni e posti di lavoro e prendere la città in mano anche di notte non può che essere una luce che comincia a comparire da quel profondo tunnel in cui ci siamo sentiti compressi per tanti anni.

Eppure c’è chi si è lamentato o non ha accolto di buon grado questa proposta.

Una fetta di persone ha cominciato a usare parole come “vergogna“, “turni massacranti“, “dipendenti sicuramente sottopagati” per commentare gli articoli riguardanti queste notizie sui social network.

C’è stato addirittura chi ha detto “senza lavoro non posso fare la spesa nè di giorno nè di notte, la mia unica speranza è il reddito di cittadinanza“. Il dubbio viene su come si paghi però, a questo punto, l’abbonamento ad internet per lasciare questi commenti.

La verità è che c’è una grande fetta di persone che usa scuse continue con se stessa per rimanere ai margini della società, per restare a vegetare gridando “non c’è lavoro, siamo costretti ad andare a rubare“, per restare a lamentarsi degli immigrati che ci soffierebbero via il lavoro da sotto il naso, continuando a inveire contro chiunque, sperando solo che prima o poi lo Stato gli riconosca una pensione più alta, o il reddito di cittadinanza, o qualunque cosa possa continuare a far ingrassare i loro sederi sulle sedie senza alzare un dito.

Se le cose cominciassero ad andare bene come potrebbero gestirlo?

Come potrebbero gestire una libertà finalmente consegnata ai cittadini?

Come potrebbero gestire la soddisfazione dei turisti che potrebbero muoversi tranquillamente per la città e godersi i suoi meravigliosi panorami stellati con la comodità di avere dei punti di riferimento a cui rivolgersi?
Come potrebbero gestire la soddisfazione dei contribuenti di potersi finalmente organizzare le giornate anche di fronte ai nuovi cambi epocali che stiamo attraversando?

Eh già, perchè non ci si pensa, perchè siamo troppo assordati dalle tv, dai telegiornali, dalla gente che negli ultimi anni ci ha rintronato le orecchie con le parole “crisi” e “disoccupazione”. Troppo stordimento per rendere possibile che i nostri cervelli si attivassero per dare vita a quelle meravigliose connessioni elettriche che sono le sinapsi.

Perchè in fondo basta rendersi conto che l’evoluzione è alla base di tutto: del mondo intero, della natura, delle civiltà, di intere ere geologiche.

Sperare che tutto resti immutato è negare a se stessi e agli altri la possibilità che le cose vadano avanti, cambino, si rinnovino.

Il mondo del lavoro è certo cambiato, come sono cambiate le nostre abitudini: quale dei vostri bisnonni rimaneva in piedi fino alle 4 di mattina per guardare qualche telefilm? Anche solo a 20 anni? Nemmeno esistevano i telefilm a quell’epoca!

Il posto fisso sta lasciando posto, mo ce vò, a un altro tipo di realtà lavorativa: l’imprenditoria su se stessi.

Oggi non importa se ci si laurea o meno, se si impara un mestiere o meno, oggi importa soltanto essere bravi, impegnarsi e farsi in quattro per portare avanti le proprie ambizioni e le proprie idee. Saper sfruttare le proprie capacità, reinventarsi, mettere a disposizione le proprie qualità e i propri talenti è la chiave per poter andare avanti in questo difficile momento di transizione. Sapersi proporre, insomma, e proporre le proprie idee e i propri servizi al meglio e con professionalità al resto della società.

Su questo molti cervelli atrofizzati non hanno avuto, purtroppo, la possibilità e spesso anche la volontà di riflettere.

C’è una grande, enorme, fetta di Napoletani che si sta riscattando, sta riprendendosi in mano la propria vita e la propria città.

Altri, invece, preferiscono rimanere a commentare, increduli e bofonchiosi, notizie come questa dalle loro poltrone, sperando che prima o poi arrivi il famoso cocc’ ammunnàt’ e buòn’ a risolvere tutti i problemi: la loro pigrizia, la loro ignoranza e la loro svogliatezza.

Ma siamo sicuri che chi non contribuisce, pur avendone i mezzi, alla società meriterebbe in ogni caso sussidi di disoccupazione, redditi di cittadinanza, agevolazioni sulla pensione o altro?

La paura di queste persone è proprio che le cose possano andare meglio.

Perchè se le cose cominciassero ad andare meglio come potrebbero continuare a lamentarsi senza far nulla?

Come potrebbero giustificare la loro nullafacenza?

Come potrebbero rimanere a puntare il dito, nell’ozio totale, dalle loro poltrone?

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