Parco Vergiliano a Piedigrotta: tra leggenda e realtà

Parco Vergiliano a Piedigrotta: tra leggenda e realtà

di Simona Vitagliano

Quando a Napoli si parla di Parco Virgiliano la mente va subito al bellissimo e sconfinato giardino sito a Posillipo, che ospita spesso sportivi, eventi e artisti.

Ed è incredibile che puoi abitare a Fuorigrotta per 30 anni e non accorgerti mai della meraviglia che hai proprio sotto i tuoi piedi, in via Piedigrotta, a metà strada da Mergellina.

Quasi nascoste dalla sua stessa entrata e dalla piccola insegna gialla sul davanti ci sono le meraviglie che, in molti, vengono a visitare da tutto il mondo: la tomba di Virgilio e quella di Giacomo Leopardi, site nel meraviglioso Parco Vergiliano a Piedigrotta.

Entrata Ph: Simona Vitagliano

La posizione in sè è già strategica: a due passi dalla cumana di Mergellina, in quell’anfratto che è un po’ al centro tra Posillipo, Fuorigrotta e Mergellina stessa.

Il nome è dovuto al fatto che quella è la sede della tomba di Virgilio (70 a.c. Andes – 19 a.c. Brindisi): il poeta infatti aveva vissuto e studiato per molti anni nella città campana e il suo epitaffio è famoso:

Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope; cecini pascua, rura, duces

cioè: “Mi generò Mantova, la Calabria (il Salento) mi rapì: ora mi custodisce Partenope (Napoli); cantai i pascoli (le Bucoliche), i campi (le Georgiche), i condottieri (l’Eneide)”.

Tomba di Virgilio Ph: Simona Vitagliano

La leggenda vuole che queste parole siano state dettate proprio dallo stesso poeta in punto di morte (pare a causa di un colpo di sole).

Di leggende legate a Napoli e Virgilio ce ne sono parecchie.

Innanzitutto, grazie alle sue amicizie facoltose, pare abbia influenzato la costruzione di pozzi, fontane e anche dell’incredibile acquedotto passante per Napoli, Pozzuoli e addirittura Serino, nell’avellinese.

Fu per questo che si rese necessaria quella che oggi è chiamata Crypta Neapolitana presente nel Parco, purtroppo oggi chiusa per restauro al pubblico, detta anche Grotta di Virgilio: un traforo che collegava Partenope a Puteoli e che si dice avesse realizzato in una sola notte, grazie alle sue doti “soprannaturali”. La leggenda vuole che anche il colombario, oggi suo sepolcro, sia sorto dopo questa notte “magica”, nonostante sia oramai accertato che fu opera realizzata da Lucio Cocceio Aucto su ordine di Marco Vipsanio Agrippa, come parte di una rete di infrastrutture militari comprendenti anche Porto Giulio e altre gallerie (Grotta di Cocceio e Crypta Romana, entrambe su Cuma).

Crypta Ph: Simona Vitagliano

Per molti campani Virgilio era una sorta di negromante. Ci sono leggende che riguardano una mosca d’oro capace di combattere un’invasione di mosche in città, altre riguardanti un cavallo di bronzo in grado di guarire gli equini ammalati di una strana malattia epidemica del periodo; ma quella più interessante è forse quella che riguarda un uovo.

L’isolotto di Megaride, quello oggi collegato alla terraferma e dove sorge il Castel dell’Ovo, già mèta della sirena Partenope che, dopo il rifiuto di Ulisse, la leggenda vuole sia morta e rimasta sepoltà lì, pare sia stato anche il luogo in cui Virgilio abbia riposto un uovo magico, collocato in una gabbia di ferro murata. Si dice che quello sia stato il primo “mattone” del castello e che lo stesso poeta abbia riferito che, fintanto che l’uovo rimanesse integro, la città sarebbe stata risparmiata dalla sciagura.

In realtà questo mito è più probabilmente legato al fatto che, purtroppo, oggi le spoglie di Virgilio non si trovano più nel colombario perchè andate perdute nel Medioevo.

Le urne cinerarie, infatti, hanno la classica forma ad uovo, e nel XII secolo i conquistatori normanni ordinarono la dispersione/distruzione della reliquia, divenuta un simbolo molto forte per i partenopei. La leggenda vuole che i cittadini insorsero, allontanando le spoglie di Virgilio dal colombario e portandole, in segreto, all’interno del castello, che per questo motivo avrebbe, quindi, questo nome così particolare.

Ph: Armando Mancini – Parco della Grotta di Posillipo

Anche riguardo alla tomba di Giacomo Leopardi ci sono delle storie piuttosto controverse.

Il poeta, da sempre in noto stato di cattiva salute (i suoi genitori erano cugini) pensò che il clima mite di Napoli potesse aiutarlo, per cui durante l’età adulta si trasferì qui e concluse la sua vita a Villa Ferrigni, a Torre del Greco, insieme ai fratelli Antonio e Paolina Ranieri. Qui, all’età di soli 39 anni, le sue condizioni si aggravarono del tutto e morì. A Napoli, in quel periodo, c’era una potente epidemia di colera, ma pare che Ranieri riuscì a convincere la polizia a non gettare le spoglie di Leopardi nella fossa comune (procedura richiesta date le norme igieniche del momento storico) ma a tumularle nella Chiesa di San Vitale Martire  a Fuorigrotta.

Racconti contraddittori e diversificati da interlocutore ad interlocutore però hanno fatto insospettire, fino al punto da pensare che le reliquie fossero state ubicate in una fossa comune nel cimitero delle Fontanelle, come d’altro canto attesterebbe un documento riguardante il registro delle sepolture della Chiesa SS. Annunziata a Fonseca. Questo però avrebbe previsto la partecipazione di un parroco compiacente al “finto” funerale, a bara vuota, che avrebbe inscenato lo stesso Ranieri, che invece ufficializzò la versione che il documento della sepoltura sarebbe stato commissionato proprio da egli stesso alla Polizia per evitare problemi.

Il dubbio, quindi, è sempre stato su cosa fosse falso: il funerale o il documento?

La sfortuna ha continuato a colpire Leopardi anche dopo la morte poichè nel 1898, durante alcuni lavori di restauro, un operaio ruppe  la cassa, già danneggiata dall’umidità, frantumando le ossa e provocando la perdita di parte del contenuto. Nel 1900 si tentò una ricognizione dei resti del poeta, ma la scoperta fu sbalorditiva. Il contenuto della cassa, già di per sè troppo piccola per contenere un uomo con doppia gobba, era piuttosto strano: un femore troppo lungo, uno frantumato, una scarpa, nessun teschio nè molto altro che desse una possibilità di identificazione.

Nel 1939, per volere di Mussolini, la cassa venne spostata nel Parco, dove fu eretto nello stesso anno il secondo sepolcro del poeta. Il Parco Vergiliano venne dichiarato Moumento Nazionale e la lapide originaria venne collocata nei pressi della nuova.

Tomba di Leopardi Ph: Simona Vitagliano

L’ultimo indizio fondamentale riguardante la vicenda è del 2004, quando un famoso studioso chiese l’autorizzazione di riesumare i resti del poeta per un’identificazione tramite DNA: la richiesta fu respinta dalla Soprintendenza e dalla famiglia Leopardi stessa.

Visitare il Parco è interessante anche per tutto il resto delle strutture in tufo e piperno che è possibile ammirare, per le insegne e le lapidi che conserva, per tutta una serie di tracce storiche che lascia.

L’entrata è gratuita e consente, inoltre, di assistere al meraviglioso panorama che si staglia davanti agli occhi degli osservatori una volta raggiunto il punto più alto. Uno spettacolo per chi a Napoli ci abita da sempre e per chi viene a visitarla da fuori.

Ph: Simona Vitagliano

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